Rilievi Palmireni
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Rilievi Palmireni della collezione Federico Zeri nei Musei Vaticani

Dal giugno 2000 i Musei Vaticani espongono in un apposito allestimento, ispirato alle nicchie delle tombe familiari di Palmira, un gruppo di rilievi funerari lasciati per dettato testamentario dal compianto storico dell'arte, prof. Federico Zeri (1). I dieci rilievi palmireni del lascito Zeri si sono aggiunti a tre già appartenenti alla collezione vaticana, costituendo un piccolo gruppo in grado di illustrare alcune delle tipologie più comuni della straordinaria produzione scultorea della città di Palmira.

Il lascito Zeri si deve al rapporto molto speciale che lo studioso aveva intessuto negli anni con il prof. Carlo Pietrangeli, direttore dei Musei Vaticani durante la straordinaria esperienza del restauro del Giudizio Universale, e con il suo successore, il dott. Francesco Buranelli, al quale volle illustrare personalmente nella sua casa-museo di Mentana le ragioni che lo spinsero a lasciare alcune delle opere più significative della sua collezione archeologica ai Musei Vaticani. Il suo spirito critico riconosceva il ruolo fondamentale svolto dalla Chiesa in tutti i campi dell'arte antica, moderna e contemporanea e, soprattutto, l'influsso avuto dell'avvento del Cristianesimo nella tarda antichità, riconoscendogli il merito di aver saputo acquisire e traghettare la classicità, dalla quale erano scaturite - come amava ripetere - l'arte del Medioevo e del Rinascimento. Nei Musei Vaticani Zeri, noto per la sua attenzione critica riguardo ai temi della conservazione e della gestione dei beni artistici e archeologici, vedeva un esempio di attenzione alle opere e impegno scientifico nel loro studio e divulgazione.

La tarda antichità, il periodo che va dalla seconda metà del III secolo d.C. all'alto Medioevo, era per Zeri un'età cruciale, un'epoca complessa ma ricca, al cui studio egli anelava con passione e competenza grazie alla sua profonda conoscenza e padronanza delle fonti antiche. E' proprio nel progressivo scomporsi e trasformarsi dell'arte classica, avvenuto in modo avvincente nella Siria tardo romana, bizantina e omayyade tra il I e il VII secolo d.C., un paese nel quale alte scuole filosofiche e religiose assunsero il compito di innestare i tre grandi monoteismi nel tronco della tradizione greca classica, che Zeri riconosceva uno dei passaggi più complessi e interessanti della fase formativa dell'arte medievale. Palmira, da questo punto di vista, rappresentava un osservatorio d'eccezione, nel quale l'occhio attento dello storico dell'arte sapeva cogliere le sintesi riuscite e le questioni irrisolte, foriere di futuri sviluppi. Così la fissità ascetica tipicamente orientale dei volti, che sembra discendere direttamente dall'essere ormai nel mondo ultraterreno, è espressa insieme ad un descrittivismo realistico, che ha permesso agli archeologi di identificare precisamente i gioielli e i tessuti ritrovati nelle tombe e negli scavi della città con quelli rappresentati nelle statue.

A Palmira, come a Dura Europos e negli altri grandi centri della Siria orientale, lungo il limes dell'Impero romano, meglio si comprende non solo la passione di Zeri per la tarda-antichità, ma anche la lungimiranza della sua concezione storico-artistica, nella quale tale fase non è vista come un periodo di crisi, ma come un primo fermento di rinascita.

I rilievi palmireni avevano, tuttavia, per lo studioso anche un significato personale, legato alla sua storia familiare. Egli riteneva, infatti, di avere identificato le origini della sua famiglia nella città siriana di Homs, la classica Emesa (2), dalla quale appunto si dipartiva la via carovaniera che conduceva all'Eufrate, facendo sosta nella straordinaria Oasi di Palmira. Quanto questi rilievi costituissero per Federico Zeri il legame tangibile con le "origini" della sua famiglia, è dimostrato dalla loro collocazione nella villa di Mentana, disposti nel cortile d'ingresso, come una sorta di galleria di ritratti di illustri "antenati", di numi tutelari.

Tre rilievi (3) illustrano gli aspetti più genuini e unici dell'arte di Palmira, appartenendo alla prima fase di sviluppo della scultura funeraria della città del deserto (I - inizi II secolo d.C.), quando questa non risentiva ancora direttamente dell'influsso romano (4). La solennità assorta dello sguardo dei personaggi ritratti in questi primi rilievi (v. cat. n. , inv. 56595) è un'evidente testimonianza di quanto l'arte palmirena stava per trasmettere a quella tardo-romana dell'eredità orientale. In particolare il significato religioso della rappresentazione frontale, che rimanda all'esperienza della visione estatica, o comunque alla partecipazione alla vita ultraterrena, acquista, nel contesto del rilievo funerario, una valenza ancora più pregnante.

Una testa femminile di poco più recente (fig. 1, inv. 56597), invece, mostra gli effetti del naturalismo classico su un'arte altrimenti improntata a forte linearità e ieraticità. Non stupisce quindi che i confronti più puntuali per questo capolavoro siano stati ritrovati in elementi di statuaria rinvenuti nel Campo di Diocleziano; la datazione può essere fissata all'inizo del III secolo d.C., in analogia con la splendida dama intera (fig. 2, inv. 56602). Si tratta di un busto femminile velato, con iscrizione, contraddistinto dalla resa accurata delle vesti ricamate e dei gioielli, alcuni dei quali conservano ancora l'originaria doratura. La dama, che è vòlta di tre quarti, indossa mantello e tunica, quest'ultima con un elegante bordo decorato da un motivo a foglie d'acanto. Le maniche sono abbellite invece da un bordo decorate da foglie di quercia. Il copricapo bombato della dama è decorato da perle e rosette, apparentemente cucite su di esso. I gioielli costituiti da due collane e orecchini compositi sono ricchi, ma non esagerati. La resa naturalistica dei tratti del volto e l'equilibrio delle parti fanno di questa dama uno dei migliori esempi della ritrattistica funeraria palmirena.

La testa di sacerdote (cat. n. , inv. 56599), caratterizzata dall'alto modius, trova uno stretto confronto proprio in un esemplare analogo già presente in Vaticano (inv. 1600, fig. 3), e illustra una categoria affatto particolare dell'arte palmirena, probabilmente raffigurante l'importante casta religiosa dei sacerdoti di Bêl, il cui tempio ebbe un ruolo centrale anche al livello economico e politico nella storia della città carovaniera. La testa deve essere appartenuta a un sarcofago o a un rilievo rappresentanti il banchetto funerario, nei quali in sacerdoti appaiono distesi, con la consorte e, a volte, i figli e i fratelli. Il radicamento familiare della società palmirena è altresì testimoniato dalle iscrizioni, che sempre riportano i nomi dei genitori, dei coniugi e, spesso dei fratelli o delle sorelle.

Nel complesso dunque la qualità e l'accuratezza dell'arte palmirena sono ben esemplificate dai rilievi di Federico Zeri ai Musei Vaticani, che hanno trovato posto nella Sala VII del Museo Gregoriano Egizio, in una suggestiva collocazione (fig. 4), in ricordo del grande studioso e del suo amore per un paese cui siamo legati da tante radici culturali comuni.

Note

(1) Sui rilievi palmireni della collezione Zeri oggi in Vaticano si veda: P. Callieri, "Rilievi funerari palmireni nella Collezione Zeri", in Annali di archeologia e storia antica. Istituto Universitario Orientale di Napoli 8 (1986), pp. 223-244; per le relative iscrizioni: F. Vattioni, "Le iscrizioni sui rilievi palmireni nella Collezione Zeri", in Annali di archeologia e storia antica. Istituto Universitario Orientale di Napoli 8 (1986), pp. 245-248.

(2) Cfr. F. Zeri, Caro Professore, Roma 1998, pp. 11 e segg. L'importante ruolo storico svolto da questa città, situata nel cuore della Siria romana è evidenziato in particolare tra II e III secolo d.C. dalla serie di personaggi illustri della famiglia severa che vi ebbero i natali, tra i quali spicca l'imperatrice Giulia Domna.

(3) Invv. 56595-56596, 56598.

(4) Una prima classificazione della scultura palmirena fu opera di Harald Ingholt (H. Ingholt, Studier over Palmyrensk Skulptur, Copenhagen 1928). Lo studio che costituisce il principale riferimento per la classificazione della scultura palmirena è tuttavia quello di M.A.R. Colledge, The Art of Palmyra, London 1976. Fondamentali restano anche i numerosi contributi di K. Parlasca: K. Parlasca, "Probleme palmyrenischer Grabreliefs - Chronologie und interpretation", in Palmyre, bilan et perspectives. Colloque de Strasbourg (Université de sciences humaines. Travaux de centre de recherches sur le Proche-Orient et la Grèce antique, 3) Strasbourg 1976, pp. 33-43; Idem, "Das Verhältnis der palmyrenischen Grabplastik zur römischen Porträtkunst", in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abtailung 92 (1985), pp. 343-356.